Manetti pittore, sorprende per la facilità con cui assolve con immediatezza e risolutezza d’intenti, all’esecuzione di molteplici tematiche. Egli vaga in modo, potremmo dire indiscriminato, ma al contempo attento, riflessivo e convincente, fra poetiche rappresentazioni del mondo, di richiamo neo romantico e visioni di intrinseca percezione metafisica, se non con intento  surreale. Poi dimostrando tutta la sua verve di artista creativo e poliedrico, in altri lavori, tende a dar maggiore rilievo allo slancio cromatico, che lo porta ad un’indagine, si potrebbe dire, positivista e razionale, tale da ricordare i modi che furono propri dell’esperienza impressionista, particolarmente quando egli esprimere la luce che avvolge le forme, percorrere le scene, determinando il risultato visivo. Come poter poi tralasciare il rivolgimento al sentiero della rivendicazione sociale, tipico di molte sue opere.

Pare che Manetti sfidi la tela, dimostrando di poterla vincere su diversi fronti e piani di pittoricità, senza per questo abbassare la soglia di attenzione emotiva, mantenendo in ogni confronto, egualmente alto tanto il dato tecnico che il portato interiore.

Egli si muove senza apparenti difficoltà fra pittura di paesaggio, natura morta,  interni con figure e finanche ritratti, nei quali dimostra tutta la sua vena artistica, nonché virtuosismo, carpendo dai personaggi, con capacità di sintesi, la specifica cifra interiore, cosa non facile, come ben comprende chi è del mestiere.

Questo artista che pure al momento si muove nell’ambito circoscritto di una rappresentazione oggettuale,  dimostra di avere i numeri per poter travalicarne il limite. Manetti si esprime con approccio disinvolto dimostrando consolidato mestiere, se si considera che solo da pochi anni ha riabbracciato con convinzione e pienezza d’intenti, la causa della pittura, prima tralasciata per far fronte ad esigenze oggettivamente primarie, come lo possono essere lavoro e la famiglia.

Egli privilegia la tecnica che gli è congeniale, quella della pittura ad olio su tela, volendo nella corposità del colore e della materia trasmettere il suo specifico “modus pingendi”. Un’arte che non si riduce, come spesso accade, alla mera fase descrittiva,  ma è decisamente orientata alla declinazione di istanze interiori molteplici, tanto si evince dalle sue opere. Manetti sa esprimersi senza particolari patemi od esitazioni, pur scontando la preparazione non accademica, che lo induce a maggior riflessione nel confronto con la dimensione tecnico prospettica. Egli è sicuro, determinato,  certamente dotato di innata predisposizione, che lo favorisce e lo stimola e gli consente di attingere da un ampio ventaglio di possibilità espressive ed immaginifiche.

Questa visione ed analisi allargata del mondo che l’artista si è dato, non ne limita il valore e la qualità della proposta, per chi ritenesse che il troppo dilati la visione rendendola meno efficace, mi pare che al contrario, di quanto si potrebbe banalmente supporre, l’artista si valorizzi proprio per questa sua caratteristica che lo rende interessante ed a volte anche sorprendente. L’essere poliedrici, non tanto per la tecnica,  già consolidata, di cui si è detto, ma per le tematiche, non svilisce il progetto artistico e creativo, che anzi si rafforza di tali molteplici esperienze, con esiti che potremmo definire con una parola moderna proveniente da ben altre discipline: “performanti”. Vi è in Maletti l’esigenza di mantenere alto nelle sue opere il dato emozionale, giocando spesso col mistero suggerito da immagini surreali, ove il sogno supera il dato razionale ed assume netta prevalenza. Ma è in Manetti, anche e soprattutto, impellente una necessità morale, che lo induce a fare dell’arte ed in particolare della pittura, non solo un modo per esprimersi ma: “la missione di dipingere ”.  Questo appare sia dall’essudato esteriore delle sue opere, che soprattutto per  ciò che emerge dal profondo, come urgenza interiore.

Nell’arte di Manetti tutti gli Ingredienti si rapportato ed interagiscono, ed è proprio in ciò l’attuale composito stilema, pur non mancando certamente ancora margine o spazio per ulteriori evoluzioni a cui riteniamo, la continua ricerca intrapresa, presto vorrà e potrà far pervenire.

Se in molti artisti vi è l’esigenza di darsi confini precisi di ricerca, ad una prima lettura, nulla di ciò traspare dalle visioni Manettiane, quindi nessun limite precostituito, nessuna prammatica ripetizione concettuale, o intendimento meramente iconografico. Manetti, che è attento conoscitore dei fatti dell’arte, non soggiacere alle lusinghe del commercio e tanto meno intende legare la sua arte a movimenti artistici del passato o contemporanei. Nell’attualità della sua visione, l’artista Sandro Manetti,  rifugge classificazioni stereotipate, poiché è autentico i suo voler affermare emozioni forgiate nel profondo dell’animo. Le esperienze visive ribollono nell’interiorità dell’artista, che le assimila quasi a voler metabolizzarle, per poi tradurle e recuperarle all’esistenza visiva di superficie. La sua pittura interpreta un complesso mondo interiore, e tanto basta. E’ questo che appare con limpidezza dalle opere esposte. Egli raccoglie istanze interiori, derivanti dalle esperienze di vita e le recupera alla luce del cosciente, rilette e riproposte nel gesto semplice e spontaneo del dipingere, con istintività, senza compromessi di sorta.

Una visione credibile, quella di Sandro Manetti,  tanto da risultare non di rado malinconica, ed in questa veste rivolta al sentiero di struggente  poesia. Egli vuole comprendere e svelare la realtà che lo circonda, col mezzo delle immagini dipinte, con la  naturalezza che gli è propria, con icone viste e meditate dal terzo occhio, quello della mente,  ma poi interpretate, con dolcezza, svelate con sentimento, grazia, quasi potremmo dire: “innamoramento”.

Manetti non insegue, ad oggi, automatismi, o percorsi astratti, ma si avvale di un segno ben controllato, calibrato,  corroborato dagli studi tecnici, da utilizzare con determinazione, per  traduce in verità le immagini, che impregnate nel colore, ci rendono con forza nella fondata leggibilità cromatica, fantastiche emozioni.

Egli opera con linguaggio libero da condizionamenti, volendo pervenire per tale via, alla definizione di un nuovo riconoscibile e persuasivo stilema.  Compito dell’arte per Sandro Manetti  è quello di  far toccare la superficie delle cose, per far acquisire, nella loro interezza, le sensazioni che dalle cose assunte ad immagini, provengono, rendendo in tal modo visibile la sostanza profonda che va oltre una possibile lettura di superficie.

L’indagine che Manetti compie, si rivolge alla sfera cosmica propria del mondo delle idee,  che le cose sottendono, ovvero il contenuto oggettivo, il valore intrinseco, di cui l’arte sola può farsi portatrice, quando l’artista è autentico.

Un Manetti dunque, che rifugge le contaminazioni o speculazione di carattere concettuale, per perseguire con l’unico mezzo della pittura e quindi del colore urgenze interiori, il sentito di un determinato momento,  gli stati d’animo e le pulsioni indotte dall’esperienza di vita.  Il suo è un’abbandonarsi ad una pittura estetizzante volendo adempiere all’urgenza intellettuale ma pur anche sentimentale di fa rivivere l’attimo, le pause, i silenzi del mondo naturale, ove si avverte l’emergere quasi visibile di riflessioni profonde che attingono al campo della “coscienza”, in quel sito della mente ove si scavano valori, in cui credere, far credere od affermare, ove carpire il senso della vita. Ogni opera in Manetti si avvale di chiavi di lettura specifiche, ma unitario appare  l’intento di rappresentare i mille stati d’animo dell’artista. Lo vediamo quando si cimenta nel ritratto “dama con velo”, ove l’incarnato quasi diafano, pare poi visto a debita distanza, assumere un tono vellutato, a suggerire da un lato la purezza del volto e dall’altro la nobiltà d’animo della persona e quindi l’intrinseca regalità. La stesura elegante mi richiama alla mente certi ritratti femminili del russo Boris Kustodiev (1878/1927). Poi passando all’opera “la dignità”, tutto muta, a prevalere è la pura emotività dell’immagine ed il dato emozionale fortissimo, che accende note romantiche, elevate al cielo, per raggiungere il cosmo più profondo e quindi ricadere sulla terra, come fresche gocce di rugiada,  atte a purificare un’umanità,  che si vorrebbe riscattata e vincente.

Nel paesaggio il discorso non cambia, si passa da “cavalli in maremma”, ove questi magnifici animali muovono al galoppo, con criniera al vento, nell’afflato di libertà, ed unitarietà con la natura, a “marina”, dove prevale il senso selvaggio di un mare burrascoso ed inquietante, le cui onde si infrangono con violenza, su scogli frementi. Qui l’artista pare voler esprimere un pervadente  senso di spaesamento,  intriso di assoluta malinconia dell’essere, proprio dell’uomo tardo romantico, che da sempre cerca riscatto, nella lotta contro le avversità.

Poi che dire di “amore”, un’opera che incanta per slancio immaginifico, pittoricità e resa emotiva, di questo “sentimento” che più di ogni altro fa girare il mondo. In quest’opera Sandro si esprime con particolare virtuosismo, rendendo quasi tattile, palpabile all’occhio la passione, grazie al gioco illusorio, di volti che si compenetrano nell’abbandono catartico, per poi innalzarsi al cielo con ali di farfalla, in uno slancio di incommensurabile poesia. Osservando poi  l’opera “l’acqua .. così preziosa”, si evince che l’artista non si limita a dipingere, ma imprime sulla tela con l’ausilio del pennello, i bisogni del mondo e fra tutti la libertà,  che è anche quella dei suoi cavalli galoppanti sulle colline toscane. La sua ricerca d’amore, non si limita all’aspetto romantico, ma percorre il sentiero del sociale, dove l’arte si traduce in moto d’animo, assumendo forte connotazione di denuncia, delle tante istanze, che la società non soddisfa. Ed ecco l’opera “burattino”, dove un’enorme mano tira i fili di una marionetta umanizzata, in un gioco teatrale, dove noi siamo protagonisti inconsapevoli, quando nel vivere quotidiano, ci lasciamo più o meno consciamente controllare e gestire, avvinti agli ingranaggi di oscuri meccanismi,  certamente più forti ed efficaci, in quanto subdoli e nascosti. Poi ammiriamo “crisalide” dove la vecchiaia scopre dentro di se la giovinezza inaspettata, dove il confine fra il passato ed il presente si incontrano, dove solo la superficie, la pelle, non può essere bastevole limite del dato umano, che riappare oltre l’incarnato, solo si voglia guardare al di la della  banalizzante superficie delle cose, oltre la parvenza. Manetti dà valore all’uomo, non agli anni trascorsi. L’uomo di Manetti non vale per quello che nel mondo appare essere, ma a prescindere dall’età o dalla condizione sociale, vale in quanto persona, per ciò che egli può offrire agli altri,  in quanto essere vivente, unico ed insostituibile.

Dunque è di ciò che con la sua pittura Manetti ci vuol parlare, di contenuti, di umanità riscoperta o da riscoprire, di bisogni di istanze più che mai odierne, contemporanee. Figurativo, sì, ma ben oltre il banale incanto dell’immagine, ricercatore si, ma oltre il semplice piacere visivo, od estetico, la sua è ricerca di valori, che dall’ormai tradizionale mezzo della pittura, possono emergere innovativi, quanto autentici e tanto più autentici quanto indubbiamente oggettivi ed assoluti.

Da tutto ciò potremmo dire risulti una visione pittorica, che intende superare l’imbarazzante qualunquismo di cui si nutre l’attuale società dei consumi, pregna di materialismo, edonismo, superficialità, dove più che il primato della ragione pare si voglia raggiungere quello della follia.

Manetti recupera un sogno rinascimentale dell’animo, lo fa nel porre l’uomo come centro d’interesse,  soggetto principe, non solo nei ritratti, ma sotteso nei paesaggi, nelle nature morte, in ogni sua opera anche se non rappresentato direttamente, l’uomo è sempre presente, espresso  nei suoi bisogni negati, nelle istanze primarie da affermare.

Questo artista ci rappresenta in ogni sua opera, soprattutto ciò che sente, per far sentire, con l’ausilio di forme e colori l’amore ed il rispetto della natura, che si deve necessariamente tradurre, in rispetto per noi stessi, in definitiva per la vita. In questo prodigarsi, di opera in opera, ci rivela con coinvolgenti visioni, passioni e sentimenti che ci sono connaturati e che spesso sono relegati nell’oblio. In definitiva ciò che emerge dal fatto estetico è il forte senso di umanità, quell’umanità che mi è parso di scorgere in opere di grandi artisti, del passato quali ad esempio Andrea Mantegna, nella famosa “Madonna con il Bambino addormentato” (1455 circa), conservata a Berlino.

Dunque si riparte a parlare di Rinascimento, forse perché oggi è quello che tutti attendiamo di veder sorgere,  sempre più attoniti di fronte all’arte contemporanea, che non utilizza più i modi della pittura, divenendo spesso sterile esercizio intellettuale, rivolta ad interlocutori facoltosi e sempre più di nicchia, arte che non parla più al cuore dell’uomo comune, non dialoga con la gente di strada, con la società, non infonde valori, quasi che questi non esistano più.

Forse quest’ultimo compito non sarà precipuo dell’arte, ma è bello pensare che lo possa essere, almeno in parte. 

Ritornando al percorso artistico di Manetti per valutare appieno l’approccio tecnico, possiamo rilevare come le cromie di cui si avvale nelle sue opere abbondino di tonalità piene, ricche di pigmento, tranne che per gli incarnati, che l’artista preferisce mantenere delicati, tenendo più a suggerire le forme, che a volerle esternare con la tecnica chiaroscurale, in tal senso legandosi ad una visione moderna, che ha scoperto la fotografia, il computer, l’immagine giornalistica.

Egli da un lato si riappropria dei modi della pittura toscana, propria del primo rinascimento, per poi dimostrare di sentire sulla sua pelle tutto il passaggio storico che si dirama dagli impressionisti, alla pittura di “macchia” e che in un percorso tortuoso ma avvincente che attraversa il simbolismo, il surrealismo e le avanguardie, porta fino alla attuale fase di decostruzione dell’immagine, che trova radici profonde in Piero Manzoni e Lucio Fontana, fino al superamento della materia cromatica tradizionalmente intesa, che di fatto rifonda e  stravolgendolo lo stesso senso dell’arte.

La ricerca che Manetti compie, riprende dalla pittura intesa come tale, ritorna all’immagine, afferma la necessità di essere semplici, per ritrovare un senso dell’arte che oggi più che mai pare sfuggente ed incomprensibile ai più.  La sua pittura pura, quasi spremuta dal tubetto si estende sulla tela come aria pulita su biancheria lasciata ad asciugare al vento, ove è frequente una brezza lieve, piacevole che emette fragranza di autenticità, profumo di primavera e tanto può bastare a riaccendere la speranza.


                                    Testo critico:

                                    Dr. Franco Bulfarini






Commento alle opere di Zaira Daniele



"I suoi dipinti hanno una carattere simbolico, rappresentano spesso realtà astratte evocate dagli stessi titoli (Amore, Dignità, Superbia) di cui le immagini, avvolte da una luce chiara "rivelatrice", sono allusione; esse hanno un significato profondo, alludono metaforicamente ad un "qualcos'altro" che si nasconde dietro l'apparenza esteriore. Nei suoi dipinti, dunque, elementi reali si fondono metaforicamente con creazioni fantastiche in una raffigurazione metafisica dai colori limpidi e delicati. Le immagini, raffinate nella forma e nella stesura del colore, sono leggere, eteree, come "visioni", sono sospese in una dimensione senza tempo, che sa di sogno...e catturano facilmente lo sguardo dello spettatore, inebriandolo di quella luce chiara e "metafisica" che emana serenità, stimolando in lui la riflessione sul significato del dipinto"...